Anatomia di uno scandalo (2022)

di S.J. Clarkson

con Sienna Miller, Rupert Friend, Naomi Scott, Michelle Dockery, Ben Radcliffe

 

James Whitehouse (Rupert Friend) è bello, ricco, marito di Sophie (Sienna Miller) e padre di famiglia impeccabile, nonché uno dei ministri di punta del Governo inglese. La sua vita all’apparenza perfetta comincia a incrinarsi quando – a conferma del più classico dei luoghi comuni – emerge la relazione (finita da qualche tempo) con la sua assistente Olivia (Naomi Scott). Questo evento potrebbe al massimo mandare in crisi il suo matrimonio, se la donna non l’avesse accusato di violenza sessuale, il che naturalmente rischia di avere effetti catastrofici sulla sua vita. James è davvero uno stupratore oppure Olivia è in cerca di vendetta per la fine della relazione?

Attorno a questa domanda ruota Anatomia di uno scandalo, miniserie TV in sei episodi disponibile per lo streaming su Netflix, e lo fa attraverso sia le fasi del processo, sia tramite una serie di flashback che ci aiutano a capire che tipo di persona siano James Whitehouse e sua moglie Sophie, che si conoscono dai tempi dell’università.

Un ruolo cruciale nelle fasi processuali lo riveste Kate Woodcroft (Michelle Dockery), l’avvocato dell’accusa, che appare particolarmente motivata a fare condannare l’affascinante politico. Il perché di questo desiderio di vendetta rappresenta il colpo di scena della serie ma anche il suo aspetto più debole, perché si tratta di un passaggio della sceneggiatura – che non svelerò – particolarmente forzato.

Detto questo, Anatomia di uno scandalo si lascia guardare, le prime tre/quattro puntate tengono viva la tensione e fanno emergere il personaggio di Sophie – interpretata da Sienna Miller, probabilmente il volto più noto della produzione – combattuta tra l’umiliazione pubblica di essere la moglie tradita, perché naturalmente la notizia ha grandissimo risalto su tutti i media, e la consapevolezza (illusione?) di conoscere chi sia davvero il marito. La conclusione affidata alle ultime due puntate, al poco credibile colpo di scena e a un epilogo che vira verso un prevedibile desiderio di “fare giustizia”, fa scivolare la miniserie nella convenzionalità e apre la porta a una certa delusione.

 

 

Voto: 5.5