Muffa (2012)

di Ali Aydin

con Ercan Kesal, Muhammet Uzuner, Tansu Bicer

Sono passati diciotto anni dall’ultima volta che Basri ha avuto notizie di suo figlio. No, non siamo nell’Argentina degli anni ’70 bensì nella Turchia degli anni ’90 ma l’esito è lo stesso: un ragazzo, uno dei tanti, è come svanito nel nulla perché ha avuto l’ardire e l’ardore tipicamente giovanile di opporsi a un Governo che non ama chi non si allinea. Uomo solo e con un lavoro solitario – addetto al controllo dei binari ferroviari alla ricerca di eventuali guasti – Basri non accetta di non sapere che cosa sia successo e combatte con l’unica arma di cui dispone: la sua ostinazione.

Ogni due settimane, da quasi vent’anni, scrive una lettera al ministero per chiedere notizie… e ottenendo in risposta solo silenzio, quello che ormai caratterizza la sua vita. Un silenzio che rompe solamente cercando su una vecchia radiolina le notizie e che viene, di tanto in tanto, spezzato dalle convocazioni in un ufficio ministeriale, dove il burocrate di turno cerca di fargli capire – inutilmente – che sta combattendo una battaglia inutile.

Muffa gioca con il silenzio che circonda la vita di Basri e conduce lo spettatore nel suo mondo, fatto di solitudine e attese vane. Attese che possiamo scorgere sul volto segnato e imperscrutabile del povero padre (uno straordinario Ercan Kesal) e che viviamo noi stessi nelle scelte del regista Ali Aydin, che non concede niente a chi guarda. Le inquadrature sono piani sequenza con telecamera fissa mediamente lunghi, nei quali si inseriscono gli scarni dialoghi, con il montaggio ridotto all’osso e nessun accompagnamento sonoro. I tempi della visione si allungano e si dilatano, portando all’esasperazione, quasi che la lentezza del film debba gravare sullo spettatore così come l’assenza di notizie grava sul cuore di Basri.

L’obiettivo è centrato, la forza del messaggio arriva, le interpretazioni e la regia sono di quelle che non si dimenticano. Certo, Muffa mette alla prova chi guarda, perché è a tratti snervante, perché non lascia speranza, perché fa sprofondare nella disillusione e perché lascia il compito di raccontare le emozioni alle sole immagini, relegando la parola non in secondo ma in terzo piano. E alla fine, il drammatico epilogo, qualcuno potrebbe accoglierlo con eccessivo sollievo


Voto: 6