The social dilemma (2020)
di Jeff Orlowski
I social network hanno cambiato il mondo. E questa non è una di quelle frasi fatte, perché l’impatto che Facebook, Twitter, Instagram e compagnia hanno avuto e costantemente hanno sulla nostra vita è sotto gli occhi di tutti. Spesso e volentieri, tutti noi che li utilizziamo siamo portati a vederne solo gli aspetti positivi: ci offrono la possibilità di restare in contatto con amici e parenti lontani, di ritrovarne di vecchi, di farci belli condividendo le foto del nostro viaggio in Islanda o dell’ultima ricetta che abbiamo realizzato. E ci permettono di ingannare il tempo mentre aspettiamo l’autobus o in coda alla posta, curiosando un po’ tra i vari profili, ridendo per video e foto e soddisfacendo quel lato voyeuristico che tutti – chi più chi meno – abbiamo.
Quello che però, usufruendo di tutto questo, non ci chiediamo è: come mai tutti questi social network che tanto ci piacciono e ci fanno divertire sono gratuiti? E come mai chi li ha inventati è diventato ricchissimo? In che modo Facebook & Co. riescono ad accumulare fantastiliardi su fantastiliardi? La risposta è ovvia: con la pubblicità. Certo, ma in che modo? Ecco The Social Dilemma ci fornisce una risposta piuttosto chiara e – alla fine della visione – molto inquietante.
Conoscere i meccanismi che regolano i social, i potenti algoritmi che li gestiscono e che letteralmente decidono quello che dobbiamo vedere può essere piuttosto utile per farne un utilizzo differente e più consapevole. Ma il documentario di Jeff Orlowski si spinge ben oltre e personalmente mi ha lasciato la sensazione di essere, ogni volta che accedo a Facebook o a Instagram o a YouTube, una sorta di criceto su una ruota. Una ruota fatta di video, post e immagini suggerite, attraverso le quali gli algoritmi si preoccupano di creare una realtà fatta su misura per me. E dunque una realtà che… realtà non è.
Faccio un esempio. Se su YouTube ho mostrato interesse per le scie chimiche, gli algoritmi tenderanno a suggerirmi articoli, commenti, video che parlino di scie chimiche, così da rafforzare la mia convinzione che le scie chimiche abbiano tutta una serie di ripercussioni sulla mia vita. E così per qualunque altro argomento, con ripercussioni che non è difficile immaginare stuzzichino gli appetiti di chi vuole, per esempio, convincerci a comprare un determinato prodotto o a votare per un certo partito.
Ulteriore motivo di diffidenza verso i social network che emerge dalla visione del documentario, nel quale sono spesso ex dipendenti di Google, Facebook o Twitter a parlare, è l’influenza che questi hanno sui più giovani, facili all’esaltazione per un “like” o un commento positivo ma anche alla depressione in caso di critiche o di pochi “mi piace”. Per chi ha figli adolescenti o pre-adolescenti è senza dubbio un interessante spunto di riflessione.
Insomma The Social Dilemma, disponibile su Netflix, è estremamente istruttivo e, dopo averlo visto, almeno tornerete su Instagram con una maggiore consapevolezza di quello che state facendo e del prezzo – non in denaro – che state pagando.
Voto: 7.5
Un docufilm che offre spunti di riflessione interessanti ma con un montaggio eccessivamente serrato ‘all’americana’ che, se non lo banalizza, gli toglie un pò in credibilità. Manca introspezione e mancano i necessari distinguo: tra fasce d’età, appartenenza sociale, livelli culturali. Manca anche un accenno alla possibilità di replica, come se tutto fosse costruito esclusivamente per denigrare senza concedere uno spazio per quanto piccolo ai cambiamenti positivi che i social hanno portato.
I meccanismi dei social sono, almeno per certi versi, abbastanza chiari. Se faccio una ricerca Web per un dato prodotto o argomento, immediatamente verrò inondata di pubblicità inerenti alla mia ricerca. Ma se cerco informazioni sulle scie chimiche e non credo alla suddetta teoria, mi possono costruire intorno tutte le realtà confezionate che vogliono ma, difficilmente, scalfiranno la mia idea…
Un discorso a parte merita l’influenza dei social sui più giovani: lì si c’è una giusta preoccupazione. Ma l’argomento è finito nel calderone e non è stato approfondito più di tanto.
I social sono un mezzo di persuasione di massa, allo stesso modo in cui lo sono stati radio, televisione e giornali. Chi era solito esercitare il proprio senso critico, continuerà a farlo. E, oggi come allora, ci sono fasce più deboli che sono più soggette al condizionamento. Da qui a parlare di una realtà distopica nel breve periodo mi sembra che il passo sia lungo…
Per me voto 6-
Indubbiamente le considerazioni che fai sono condivisibili, diciamo che l’obiettivo è stato quello di sollevare il problema, magari anche generalizzando in modo da colpire con passaggi ad effetto, così da suscitare l’interesse, il che è perfettamente riuscito visto che ieri, per esempio, in svariati programmi radio ne hanno parlato tutti. Si poteva essere più accurati? Certo magari facendo una docuserie di due o tre episodi. Si poteva ospitare la campana di Zuckerberg e compagnia? Probabile ma credo che in generale preferiscano sorvolare sull’argomento. Resta, a mio giudizio, la forza del messaggio, perfettamente esemplificata dalle sequenze nella “sala di controllo” con Vincent Kartheiser triplicato e impegnato a non farci staccare dallo schermo del telefono…
Caro Lucio, la visione del documentario quindi è fruibile per ragazzini attorno ai 10 anni?
Mah potrebbe essere un po’ complesso e noioso… non so, io aspetterei ancora un po’. Intanto è importante che lo inizino a guardare i genitori 😉