Curon (2020)

di Fabio Mollo e Lydia Patitucci

con Federico Russo, Margherita Morchio, Valeria Bilello, Luca Castellano

Curon è un paese che è diventato famoso… quando è stato distrutto. In seguito alla costruzione di una diga, infatti, si è deciso di raderlo al suolo e di lasciare che al suo posto si formasse un lago, da cui spunta il solo campanile della vecchia chiesa, tuttora visibile. Questo scenario suggestivo, cui si aggiungono una collocazione isolata tra le montagne e la presenza di strutture risalenti alla Seconda guerra mondiale, è sembrato perfetto per l’ambientazione di una serie italiana dalla forte caratterizzazione “da brivido”.

La storia ruota attorno alla presenza dei doppleganger, ovvero copie esatte di una persona che, nel caso di questa serie, sono generati dal lago, nel caso si verifichino una serie di circostanze (in realtà piuttosto casuali). In questo ambiente si muovono due adolescenti, Mauro e Daria, che si sono trasferiti a Curon con la madre (originaria del paese) a casa del nonno e che si troveranno a dover prima combattere con l’ostilità degli abitanti del luogo, poi con problemi ben più spaventosi, generati dalla scomparsa della madre.

Non mancano gli elementi di interesse in questa produzione made in Italy firmata Netflix, a cominciare dall’ambientazione che si presta particolarmente a ospitare situazioni che si muovono sul sottile confine tra superstizione paesana e inquietante realtà, in questo aiutata da una fotografia che privilegia i toni freddi e le scene buie che ben si miscelano con scelte d’inquadrature sovente azzeccate.

Ci sono i presupposti dunque per una visione senza se e senza ma? Purtroppo no, perché anche in Curon emergono molti dei difetti delle produzioni nostrane, a cominciare da un livello di recitazione spesso inadeguato, soprattutto perché sovente eccessivamente caricato. L’intreccio narrativo e i colpi di scena tendono poi al prevedibile, dunque raramente succederà qualcosa che già non avrete immaginato. Da questa piatta banalità si eleva il finale che, quantomeno, si discosta dai binari dell’happy ending e regala qualche genuina sorpresa.

Altre zavorre di Curon sono l’eccessivo taglio da teen drama, visto che la sceneggiatura non ci fa mancare un po’ tutti i cliché adolescenziali, e la presenza di alcuni personaggi di cui si fatica a comprendere l’utilità (su tutti il padre di Daria e Mauro). Insomma se la qualità della produzione, delle ambientazioni e di alcuni elementi di contorno è innegabile, la serie pecca dal punto di vista della recitazione e della capacità di condurre la storia oltre un incipit interessante.

 

Voto: 5