Trama e recensione de La lunga marcia (2025)

Regista: Francis Lawrence

Cast: Cooper Hoffman, David Jonsson, Garrett Wareing, Ben Wang, Mark Hamill

Nel 1979, Stephen King – con lo pseudonimo di Richard Bachman – ha pubblicato il romanzo La lunga marcia. Quando lo lessi fu amore a prima vista. Certo ero un ragazzino ma tuttora lo ricordo come una lettura intrigante, sorprendente e originale. Mi sono così approcciato al film di Francis Lawrence (quello dei vari Hunger Games) con quel misto di curiosità e scetticismo che accompagna sempre la visione della versione cinematografica di un libro che ho amato. Le aspettative erano comunque alte, soprattutto perché la sceneggiatura è firmata da JT Mollner, autore anche di quella del sorprendente e disturbante Strange Darling. Ma più sono alte le aspettative, più cocente è la delusione.

Parte del problema de La lunga marcia è proprio nella trama stessa del libro: in un futuro distopico, negli Stati Uniti si organizza una gara in cui il vincitore sarà colui che riuscirà a continuare a camminare senza mai fermarsi. Chiunque si fermi, per qualunque motivo, dopo tre avvertimenti viene infatti freddato con un colpo di fucile. Sostanzialmente, quindi, l’azione è limitata a un gruppo di persone che camminano. E qui dovrebbero essere i dialoghi, l’atmosfera e magari l’inserimento di qualche flashback legato ai vari personaggi a fare la differenza. 

Purtroppo nulla di tutto questo funziona, a cominciare dall’atmosfera. Mi spiego. Si sta parlando di una “gara” in cui tutti (tranne uno) sono destinati a essere uccisi ma i vari partecipanti si approcciano alla partenza come se dovessero fare una scampagnata o il cammino di Santiago. Manca completamente il pathos e anche le prime uccisioni non contribuiscono ad aumentarlo. Non si percepisce mai l’ansia di chi sta affrontando una prova estrema. Oltretutto i vari concorrenti camminano per giorni (!!!) senza mai fermarsi (!!!) e senza mai dormire (!!!), si cagano addosso, prendono pioggia e vento, eppure hanno voglia di chiacchierare, confidarsi, sostenersi, in un trionfo di buoni sentimenti e di pochi personaggi che la sceneggiatura “costringe” a essere cattivi senza una reale motivazione. 

Manca anche qualsiasi tipo di approfondimento, al di là di qualche chiacchiera, sui due concorrenti principali – Raymond (Cooper Hoffman, il figlio di Philip Seymour Hoffman) e Peter (David Jonsson) – ma soprattutto sulla realtà in cui si sta svolgendo la corsa, con gli Stati Uniti ormai ridotti al collasso. Infine, il cattivo per eccellenza – il Maggiore (interpretato da Mark Hamill, il Luke Skywalker di Guerre Stellari ma con cappello e Ray-ban di ordinanza, francamente, potrebbe essere chiunque) – è una macchietta che non riesce né a suscitare paura né risentimento nei suoi confronti…

Alla fine, La lunga marcia, invece di essere una distopia feroce su una società allo sfacelo, si riduce a una – certamente lunga, anzi direi estenuante – passeggiata priva di direzione, prendendo un’idea potentissima e diluendola, fino a renderla inoffensiva. E noiosa.  

 

 

Voto: 4