La persona peggiore del mondo (2021)

di Joachim Trier

con Renate Reinsve, Anders Danielsen Lie, Herbert Nordrum, Hans Olav Brenner

 

Julie non sarà la persona migliore al mondo ma di sicuro non è nemmeno la peggiore. D’altra parte quali sarebbero le sue colpe? Non certo quella di vivere una costante incertezza su quello che vuole dalla vita. Anzi questa sua capacità di non fossilizzarsi e di cambiare strade e aspirazioni lavorative – ora medico, ora psicologa, ora fotografa – rappresenta una forza, ovvero la capacità di non appiattirsi nell’esistenza, evitando di lasciarsi vivere senza vivere davvero. E sicuramente anche la sua insoddisfazione sentimentale – che la spinge a mandare all’aria la relazione all’apparenza perfetta con Aksel (Anders Danielsen Lie) per vivere la passione e la freschezza di Eivind (Herbert Nordrum) – non è certo condannabile.

Insomma, Julie (Renate Reinsve) non è una donna esecrabile, al massimo può sembrare perennemente insoddisfatta, di certo insicura e spaventata. Ed è la sua vita – per l’esattezza un arco di tempo di quattro anni a cavallo dei suoi 30 – che è al centro dell’ultimo film di Joachim Trier. Una vita raccontata in capitoli – dodici più un prologo e un epilogo – e che alterna istanti felici ad altri irrequieti, ad altri disperati ad altri ancora ironici. L’esistenza di Julie, come del resto quella di ognuno di noi, è un susseguirsi di stati d’animo, decisioni prese di cui pentirsi e altre non prese di cui pentirsi ugualmente.

La persona peggiore del mondo ci porta su questo saliscendi emozionale, regalandoci momenti toccanti, altri divertenti, un paio di scene che restano nella memoria – su tutte la giornata che Julie ed Eivind trascorrono in una Oslo (il film è ambientato nella capitale norvegese) messa “in pausa”– e una messa in scena impeccabile.

Certo non aspettatevi rivelazioni sconvolgenti o tutta la verità – vi prego – sul senso della vita, perché alla fine sui dubbi e sulle paure della protagonista – la maternità, l’amore, la perdita, la relazione coi genitori – si fanno film da decenni e la chiave di lettura che fornisce Trier non spicca per originalità o per profondità. Quello che spicca, comunque, è un film che riesce a emozionare, ben realizzato e recitato e che si merita entrambe le nomination agli Oscar, ovvero quella per il miglior film straniero e quella per la sceneggiatura originale.

 

 Voto: 7