Una notte di 12 anni (2018)

di Alvaro Brechner

con Antonio de la Torre, Chino Darin, Alfonso Tort

Negli anni ’70, chi prima chi dopo, la maggior parte dei Paesi dell’America Latina sono stati teatro di guerriglie e colpi di stato che hanno rovesciato Governi democraticamente eletti e che hanno imposto dittature sanguinarie. A questi attacchi alla libertà, perpetrati da parte dell’esercito, hanno cercato di opporsi gruppi di rivoluzionari, i cui membri hanno spesso pagato a caro prezzo la fedeltà alla loro ideologia.

Anche l’Uruguay non ha fatto eccezione, con il generale Bordaberry che, nel 1972, ha instaurato il suo regime (durato fino a metà degli anni ’80), mettendo a tacere chiunque osasse opporsi. In particolare, il film di Alvaro Brechner, si concentra su un episodio in particolare: l’arresto di nove oppositori politici, tre dei quali (i protagonisti) sono vittime di un terrificante trattamento. Saranno infatti imprigionati in regime di totale isolamento per 12 anni (da cui il titolo del film, che allude a come, senza contatti con gli altri e trascorrendo giornate senza niente a disposizione per ingannare il tempo, questo perda i suoi contorni, trasformando gli oltre 4.300 giorni in un’unica, eterna, notte).

Il film concede poco alla Storia (quella con la S maiuscola), alle ragioni e alle rivendicazioni politiche. Non è questo l’obiettivo del regista, che non è interessato a spiegarci le motivazioni per cui per oltre un decennio la democrazia è stata schiacciata ma che vuole evidenziare l’atroce trattamento riservato a Pepe Mujica (che nel 2010 diventerà Presidente dell’Uruguay), Eleuterio Fernandez Huidobro e Mauricio Rosencof, a cui il regime ha inflitto la peggiore delle punizioni, ancora più spietata della tortura fisica, ovvero quella psicologica.

I tre sono stati infatti tenuti prigionieri in diverse celle, più o meno anguste, con più o meno spazio per muoversi, senza avere mai la possibilità di parlare, di vedere qualcuno (tranne rarissime eccezioni), di avere un libro da leggere o un foglio su cui scrivere. Dodici anni di solitudine, con i propri pensieri come unica alternativa allo scarso cibo, all’assenza di igiene e alle umiliazioni.

Una notte di 12 anni trasmette allo spettatore tutta l’angoscia dei prigionieri, alleggerendola di tanto in tanto con qualche intermezzo grottesco, come per esempio quello di Huidobro che, ammanettato, non riesce a espletare i suoi bisogni in bagno e questo, visto che nessun militare si vuole prendere la responsabilità di togliergli le manette, scatena un’escalation che arriva a coinvolgere addirittura il generale responsabile della base.

Ma di fianco all’angoscia, al tempo che si eterna, i tre non perdono mai la speranza (certo talvolta la lucidità, sì) e l’attaccamento alla vita, trovando la gioia nelle piccolissime cose, come il dialogo a colpi di alfabeto morse battendo le nocche sul muro della cella o osservando uno spigolo di cielo che filtra tra le sbarre.

Ben girato, ricco di momenti di emozione forte – alcuni dei quali eccessivamente “ricercati” e “piacioni”, come per esempio il montaggio accompagnato da una obiettivamente bellissima versione di The Sound of Silence – e recitato in modo davvero credibile e coinvolgente dai tre protagonisti, Una notte di 12 anni è un film necessario, forte (senza bisogno di indugiare su torture che costringano a voltare lo sguardo) e per questo ancora più angosciante.

 Voto: 7.5