L’ora di religione (2002)

di Marco Bellocchio

con Sergio Castellitto, Jacqueline Lustig, Chiara Conti, Gigio Alberti

Fede, sincera o di convenienza. Coerenza, da insegnare ai figli, come un bene più prezioso dei vantaggi derivati da una conversione al cattolicesimo d’accatto. Sono questi i temi del film di Marco Bellocchio, nel quale Ernesto (Sergio Castellitto) si ritrova alle prese – lui ateo convinto – con il processo di beatificazione della defunta madre, in odore di santità per una presunta guarigione avvenuta invocando il suo nome e per una morte per mano di uno dei figli.

La famiglia intera non vede l’ora di saltare sul beato carro, d’altra parte avere una santa nell’albero genealogico appare come una fortuna su cui non bisogna troppo sottilizzare. Proprio l’ateismo e i saldi principi morali di Ernesto appaiono come gli ostacoli alla beatificazione (con tanto di udienza con il papa). Terrà duro o alla fine cederà alle pressioni?

Tra bestemmie urlate a pieno schermo, viscidi cardinali con mani avide del contatto con la carne dei bambini e fedeli per mera convenienza, il film sembra fatto apposta per prendere a picconate la religione cattolica, il che in realtà non può che trovarmi d’accordo. Quello che però manca è l’efficacia del messaggio. Certo il personaggio di Ernesto ritiene che le sue convinzioni siano un bene più prezioso di una fede acquistata al discount e che la sua coerenza sia un messaggio forte da trasmettere al figlio, più di una favoletta sulla vita eterna. E questo è apprezzabile.

Il problema è come L’ora di religione faccia di tutto per diluire questo messaggio, tra scene grottesche (su tutte quella del duello all’alba), passaggi forzati e tutto sommato non necessari (la comparsa della bella insegnate di religione di cui Ernesto si innamora di colpo) e personaggi secondari interpretati da attori modesti (come Jacqueline Lustig, nei panni della moglie di Ernesto).

Quello che ne viene fuori è una pellicola che non convince fino in fondo, eccessivamente costruita dal punto di vista visivo e inutilmente dilatata da situazioni e personaggi non necessari.

 

Voto: 5.5