Il labirinto del silenzio (2014)

di Giulio Ricciarelli

con Alexander Fehling, Friederike Becht, Johannes Krisch

Nel 1958, a meno di quindici anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi sembrano essersi dimenticati del conflitto ma soprattutto del lungo periodo del regime nazista. Le città non sono più cumuli di macerie, l’economia sta crescendo a ritmi vertiginosi e la gente si gode pace, stabilità, ricchezza e sembra interessata unicamente a volgere lo sguardo verso il futuro e non certo al passato.

Ma è realmente possibile eliminare dalla mente quanto è successo? Si può tornare a condividere strade, mezzi pubblici e scrivanie con chi è stato orribilmente torturato o con chi ha perso amici e familiari nei campi di sterminio? E quanti hanno dismesso l’uniforme con la svastica, indossando gli abiti civili con grande naturalezza?

Il labirinto del silenzio prova a rispondere a questi quesiti e a offrire l’occasione di una riflessione. Il film ci presenta il personaggio di Johann Radmann, un giovane procuratore biondo e aitante, insomma il perfetto esempio di ariano (che più ariano non si può!) che, venuto a conoscenza di certe informazioni, decide che è tempo che la verità sui campi di sterminio e sulle indicibili violenze subite dagli ebrei vengano a galla. Questo perché – sembra incredibile ma è così – nel 1958 la maggior parte della popolazione della Germania ignorava che cosa fosse davvero accaduto ad Auschwitz, Treblinka, Dachau…

L’iniziale sbigottimento di Radmann nel venire a conoscenza di queste atrocità si trasforma rapidamente in indignazione e, conseguentemente, in determinazione nel voler punire i responsabili di tali abomini. E la sua risolutezza non si fermerà nemmeno quando le sue azioni arriveranno a far tremare le fondamenta della società tedesca e a infangare addirittura le proprie radici familiari. In una delle sequenze più toccanti, il giovane Johann, ubriaco e affranto, accusa le persone che incontra per strada di aver fatto finta di niente e lasciato che il Terzo Reich perpetrasse i suoi orribili crimini…

La regia dell’italiano di nascita Giulio Ricciarelli è di quelle che passano inosservate, quasi a voler lasciare tutto lo spazio necessario alla storia, anche se poi la trama principale viene inutilmente arricchita di situazioni, come per esempio la love story che coinvolge Radmann, che dilatano in modo eccessivo la lunghezza del film, annacquando il pathos. Insomma Il labirinto del silenzio vale indubbiamente di più come documento e testimonianza di un periodo storico che come film in sé ma, per questo, merita comunque di essere tenuto in considerazione.

Voto: 6.5