Timbuktu (2014)

di Abderrahmane Sissako

con Ibrahim Ahmed, Abel Jafri, Toulou Kiki

Timbuktu è probabilmente la città del Mali più nota, perché è stata la sede di grandi civiltà, nonché luogo di storia e cultura, raccontati dai numerosi manoscritti conservati nella sua celebre biblioteca. Indubbiamente i fasti dei tempi che furono non si può certo dire che corrispondano al presente, visto che Timbuktu è stata teatro di una sfibrante guerriglia che è culminata con l’occupazione degli estremisti islamici, che hanno imposto la sharia nonché una lunga sequela di divieti, alcuni dei quali al limite del surreale. Tutto questo fino al 2013, quando è intervenuto l’esercito francese, che ha riportato una sorta di normalità.

Proprio dal periodo d’occupazione jihadista prende l’abbrivio la pellicola di Sissako, che ci conduce nella vita di un pastore – Kidane – e della sua famiglia. La loro è un’esistenza che ruota attorno al lavoro e ai riti quotidiani e che viene ovviamente sconvolta dalle prepotenti ingerenze dei nuovi “conquistatori”. Il protagonista, però, decide di affrontare la situazione e di restare, non come hanno fatto molti altri suoi concittadini, sperando che gli invasori, così come sono arrivati, se ne vadano. Ma questa speranza si assottiglia giorno dopo giorno e tutto quello che Kidane sembra ottenere sono ingiustizia e divieti.

Gli jihadisti, per imporre la loro legge, se ne vanno in giro con jeep e megafoni per frustrare ogni velleità di ribellione. E che divieti hanno imposto, visto che non è più possibile, tra le varie cose, cantare e ascoltare musica, fumare, restare seduti all’aperto nel cortile di casa e giocare a calcio. In una delle sequenze più significative, un gruppo di ragazzi organizza una partita di calcio su un campo terroso, impegnandosi in tiri in porta, dribbling, tackle e parate. Il tutto senza la palla, visto che è un oggetto inviso a chi comanda. La risposta a un assurdo divieto non può che essere una partita… assurda. E straordinariamente poetica.

Il regista ha deciso di contrapporre alla brutalità degli jihadisti leggerezza e ironia. Così il match senza palla è solo uno degli esempi di come gli individui ribattano alle assurde privazioni. Così come fa amaramente sorridere l’incapacità di comunicazione tra la popolazione e gli estremisti, in un coacervo di idiomi, dialetti e lingue.

Ma la drammaticità della situazione non può sempre essere alleggerita con l’ironia, perché non c’è sorriso che possa generarsi davanti all’orrore di certe scene, come quella della lapidazione o quella della ricerca casa per casa di chi sta ascoltando musica. Timbuktu non è certo un film perfetto, non gli mancano fasi di stanca e meno riuscite (in particolare nella parte centrale), inoltre gli attori sono quasi tutti non professionisti. Però il messaggio che lancia è potente e non lascia indifferenti.

Il film è attualmente disponibile per la visione su Raiplay.

Voto: 7.5