5 Days of war (2019)

di Renny Harlin

con Rupert Friend, Emmanuelle Chriqui, Richard Coyle, Val Kilmer, Andy Garcia

Nel 2008, lontane dall’interesse dei media internazionali, Georgia e Russia si sono scontrate in quella che è passata alla storia come la “guerra dei cinque giorni” (perché tanto è durata, prima che le parti, con l’aiuto dell’Unione Europea, trovassere una soluzione pacifica). Il motivo del contendere erano i territori dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, sui quali le due nazioni avevano le loro mire; il risultato sono stati attacchi e bombardamenti che hanno portato l’esercito russo ad arrivare a pochi chilometri da Tbilisi, la capitale georgiana, e a infliggere, tra raid aerei ed esecuzioni sommarie, grandi sofferenze alla popolazione.

Questa storia, evidentemente con la “s” minuscola, visto che nell’agosto del 2008 gli occhi del mondo erano fissi sulle Olimpiadi di Pechino, viene raccontata in questo film, il cui innegabile merito è dunque quello di portarla alla ribalta, anche all’attenzione di chi l’aveva dimenticata o non ne aveva mai sentito parlare.

I meriti di 5 Days of war (noto anche come Linea nemica) però finiscono qui. Perché il conflitto e le sue sofferenze vengono messe immediatamente in secondo piano in modo che il regista Renny Harlin (noto per altri “capolavori” del calibro di Driven – uno dei film più brutti di tutti i tempi – e The Covenant) possa regalarci un action inverosimile nella trama, mai emozionante, prevedibile e recitato in modo imbarazzante.

I protagonisti – giornalisti di guerra cui si affianca una famiglia georgiana in cerca di salvezza – si ritrovano ad affrontare i cattivissimi russi, personaggi con la stessa profondità della Linea di Osvaldo Cavandoli, in situazioni al limite dell’offensivo per l’intelligenza dello spettatore. All’improbabilità delle situazioni si affianca la certezza matematica che i buoni arriveranno giusto in tempo e che i cattivi sceglieranno sempre il comportamento o la soluzione più stupide possibile.

A chiudere il deprimente quadro ci sono gli effetti speciali al risparmio e la presenza di due attori ormai sul viale del tramonto: uno (Andy Garcia) almeno ha avuto un passato glorioso, l’altro (Val Kilmer) già era modesto nei momenti del suo massimo splendore e ora è solo imbarazzante. Un film che non rende giustizia alle sofferenze patite da chi ha vissuto il conflitto né tantomeno al coraggio dei reporter che rischiano (e spesso perdono) la vita nei conflitti.

 

Voto: 3