Dark night (2016)

di Tim Sutton

con Robert Jumper, Ann Rose Hopkins, Rosie Rodriguez, Karina Macias

Nel luglio del 2012, ad Aurora (Colorado), James Holmes si introdusse in un cinema, durante la proiezione de Il cavaliere oscuro – il ritorno, e uccise a colpi di arma da fuoco dodici persone (ferendone altre cinquantotto). Attorno a questo tragico episodio ruota Dark night, il cui titolo è indubbiamente la cosa meglio riuscita del film, visto che gioca con quello della pellicola trasmessa durante la carneficina (Dark knight) e sul fatto che quella notte fu indubbiamente una pagina “buia” della storia recente degli Stati Uniti.

Ebbene il regista Tim Sutton si è sentito all’altezza del compito, ovvero cercare di raccontare le vite di alcune delle vittime e quella del killer nelle ore precedenti l’attentato e l’ha fatto ispirandosi a Gus Van Sant che, nel bellissimo e raggelante Elephant, aveva allo stesso modo provato a descrivere altri attimi egualmente terribili, ovvero il massacro del liceo di Columbine. Ma Gus Van Sant non è Gus Van Sant per caso e il buon Sutton ne ha ancora da fare di strada… perché non basta rallentare e dilatare i tempi del racconto, sottrarre tutto quello che può essere sottratto a un film e ridurre al lumicino i dialoghi per riuscire a creare il pathos e la tensione di una vicenda tanto agghiacciante.

Dark Night è un susseguirsi di frammenti, inquadrature fisse di oggetti, telecamere che sembrano rifuggire i volti dei protagonisti, carrellate lente e ripetitive. Il risultato è un film terribilmente noioso, che probabilmente vorrebbe “lasciare” qualcosa ma che ottiene solo di azzerare qualunque tipo di sentimento verso i personaggi e la loro sorte. L’operazione di sottrazione, invece di trasmettere l’angoscia e il pathos, rende le vittime lontane e allo spettatore impossibile provare qualsiasi empatia per loro. Non c’è alcun tentativo di comprendere che cosa possa aver spinto un ragazzo di 24 anni a compiere un gesto tanto folle e il regista sembra più concentrato a evidenziare quanto siano vuote, solitarie e condizionate dagli smartphone le vite dei giovani americani. E la decisione finale, ovvero quella di non mostrare la strage – apprezzabile perché almeno si resta lontani dal voyeurismo – non fa che inserirsi alla perfezione nell’operazione di sottrazione messa in atto dal regista. Così anche la visione, a forza di “togliere” dura solo 80 minuti… che però vi sembreranno almeno il doppio.

 

 Voto: 4