Trama e recensione di Drive back home (2024)

Regista: Michael Clowater

Cast: Alan Cumming, Charlie Creed-Miles, Clare Coulter

Ci sono viaggi che servono a raggiungere una destinazione e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per cambiare chi li intraprende. Il tema è piuttosto ricorrente e spesso è stato d’ispirazione per la realizzazione di grandi pellicole sull’argomento, basti pensare a Una storia vera di Lynch o a Nebraska di Payne. Questo Drive Back Home, diretto da Michael Clowater, si inserisce nel filone per raccontare la storia di due fratelli e del loro viaggio. 

Siamo nel 1970. Weldon, detto Wid (Charlie Creed-Miles), vive in una piccola comunità del New Brunswick, lontano da quel mondo più cosmopolita in cui si è trasferito il fratello maggiore Perley (Alan Cumming). Quando quest’ultimo viene arrestato a Toronto, per aver avuto un rapporto sessuale con un uomo in un parco pubblico, Wid è costretto a mettersi in viaggio per riportarlo a casa. Quella che inizialmente sembra soltanto una scomoda incombenza si trasforma in un’occasione per confrontarsi con una realtà che Wid conosce poco e comprende ancora meno.

Il cuore del film è proprio il rapporto tra i due protagonisti – che in realtà viaggiano anche con un cane… un po’ lontano dallo stereotipo del cane, diciamo così – costruito attraverso dialoghi, silenzi, battibecchi e piccoli gesti quotidiani. Wid è un uomo legato alle proprie abitudini, condizionato dall’ambiente conservatore in cui è cresciuto e incapace di comprendere le scelte del fratello. Perley, al contrario, ha imparato a vivere in un contesto diverso, ma non per questo è al riparo dalla discriminazione e dalla paura.

La distanza tra i due non è soltanto geografica o culturale. A separarli c’è anche un passato familiare doloroso, segnato dalla figura di un padre violento, i cui comportamenti hanno lasciato ferite profonde. Il viaggio diventa così un percorso nella memoria – affidato a fugaci flashback – durante il quale i protagonisti sono costretti a riconsiderare quello che credevano di sapere l’uno dell’altro.

E poi c’è il Canada. E il gelo che lo attanaglia. Le strade deserte, le montagne e le distese bianche trasmettono una sensazione di isolamento che accompagna i due fratelli lungo il tragitto. Le soste nei motel e nei piccoli ristoranti diventano altrettante occasioni per misurare la distanza tra il mondo di Wid e quello di Perley ma anche per percepire una minaccia che aleggia sulle loro teste. L’omofobia è infatti una presenza costante, talvolta esplicita, talvolta soltanto suggerita dagli sguardi e dagli atteggiamenti delle persone incontrate lungo la strada. 

Il regista Michael Clowater preferisce lasciare che siano le situazioni a parlare, concedendo ai personaggi il tempo necessario per avvicinarsi. Non ci sono svolte particolarmente sorprendenti ma la scrittura trova la propria forza nei dettagli e nella naturalezza con cui restituisce le contraddizioni di un rapporto fraterno.

Quando il percorso giunge al termine, quello che rimane non è tanto il ricordo di una grande avventura quanto quello di due uomini che hanno imparato a riconoscersi nuovamente. Il risultato è un film delicato e sincero, prevedibile nell’epilogo ma originale nello sviluppo, che fatica un po’ a trovare il giusto equilibrio tra dramma e leggerezza ma che è sorretto da due ottime interpretazioni.

 

Voto: 6,5