Trama e recensione de Le città di pianura (2025)
Regista: Francesco Sossai
Cast: Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Filippo Scotti, Andrea Pennacchi
C’è un po’ di Kaurismaki e un po’ de Il sorpasso ne Le città di pianura di Francesco Sossai. Certo con tutti i dovuti distinguo del caso – soprattutto perché il film di Dino Risi è un capolavoro assoluto della storia del cinema italiano (e non solo) – ma la storia di Carlobianchi e Doriano (Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla), due amici impegnati in un viaggio on the road alla ricerca di non si sa bene cosa – al di là di un ultimo bicchiere da bere – strizza indubbiamente l’occhio alla pellicola con Gassman e Trintignant e alla filmografia del regista finlandese.
I due protagonisti, tanto per cominciare, si inserirebbero alla perfezione nel mondo di anime perse che indossano giacche di pelle, capelli e baffi un po’ troppo lunghi e fuori moda e che sono in costante ricerca di una scusa per un’ultima birra – “l’ultima, promettiamo” – dei film di Kaurismaki.
E quando entra in scena Giulio (Filippo Scotti) – uno studente timido che non sa cosa vuole dalla vita, che subito viene trascinato da Carlobianchi e da Doriano nel loro viaggio sgangherato – è impossibile non pensare a come, allo stesso modo, Bruno avesse trascinato Roberto sulla sua spider per le strade deserte di Roma ad agosto.
Del resto i due amici devono combattere quel senso di solitudine e di inutilità che li accompagna, perché la maggior parte della vita è alle spalle e perché il pubblico – per i loro aneddoti divertenti, per i loro ricordi, per il loro desiderio di impartire lezioni di vita, meglio se dopo un drink – ormai scarseggia. E lo fanno muovendosi in un mondo che ormai sembra destinato a scomparire, quello dei bar di provincia, degli autogrill (che infatti dopo una certa ora ti servono la birra analcolica), quello delle mattine con la foschia, quello in cui gli uomini ubriachi sono simpatici e non molesti.
In fondo Le città di pianura è proprio questo: un brindisi un po’ stanco ma sincero a un’Italia che non c’è quasi più, fatto da chi sa benissimo che l’ultimo giro non è mai davvero l’ultimo. Sossai guarda i suoi personaggi con affetto e ironia, li lascia barcollare tra malinconia e risate e ci ricorda che, anche quando la vita non regala più entusiasmi e la birra diventa analcolica, vale ancora la pena mettersi in macchina e partire.
Voto: 7,5
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