Matares (2020)

di Rachid Benhadj

con Dorian Yohoo, Anis Salhi, Hacene Kerkache

Una donna e sua figlia hanno lasciato la Costa d’Avorio per cercare di raggiungere l’Italia e il marito, immigrato clandestinamente nel nostro Paese. Anche loro due sono irregolari e al momento il loro viaggio e la loro speranza si sono arenate sulle coste dell’Algeria, dove vivono in una baraccopoli e dove la piccola Mona è costretta a fare la carità e a vendere coroncine di fiori per racimolare i soldi per pagare (o almeno sperare di farlo…) gli scafisti che la porteranno in Italia.

Muovendosi in uno scenario di una bellezza abbagliante – la città costiera di Tipasa con le sue rovine d’epoca romana – Mona farà amicizia con un bambino algerino che, pur non essendo un immigrato irregolare, dimostra come anche la vita degli indigeni non sia tanto facile. I due si dovranno confrontare con la definitiva perdita della loro innocenza, già fortemente messa a repentaglio dalla durezza della vita, con cui hanno a che fare giorno dopo giorno.

Il regista Rachid Benhadj mette in evidenza il contrasto tra la straordinaria location affollata di turisti e la disperazione di chi vede quel luogo solo come l’ennesima tappa della sua odissea. E filtra tutto con gli occhi dei due bambini che, però, sono allo stesso tempo il punto di forza e di debolezza di Matares. Immedesimarsi con le loro sofferenze e difficoltà fa stringere il cuore ma le dinamiche messe in mostra sono estremamente prevedibili, ripetitive e finiscono col fare perdere di incisività al messaggio. E a poco servono le immagini di repertorio della reale situazione degli immigrati, di come vengano trattati e poi obbligati al rimpatrio, forzatamente inserite all’inizio e alla fine del film, perché – pur se scioccanti – appaiono completamente avulse dallo stile scelto per il racconto.

Matares è una pellicola che si fa portatrice di un messaggio importante ma che, valutata esclusivamente come film, non ha quell’efficacia che il tema trattato avrebbe meritato. 

Voto: 5.5