Trama e recensione di Sirat (2025)

Regista: Oliver Laxe

Cast: Sergi Lòpez, Bruno Nunez Arjona, Stefania Gadda, Joshua Liam Herderson, Richard Bellamy

Un padre (Sergi Lòpez) si mette alla ricerca della figlia, con cui non ha più contatti da mesi, durante un rave party organizzato nel bel mezzo del deserto del Marocco. Per rendere l’impresa ancora più impegnativa, pensa bene di portare con sé anche il figlio Esteban (Bruno Nunez Arjona), che è un ragazzino, e il cane.

Non avendo avuto fortuna con le ricerche, decide di aggregarsi a un gruppo di personaggi quanto meno bizzarri – diciamo quelli che immagineresti di trovare a un rave party nel deserto – che hanno avuto la brillante idea di macinare centinaia di chilometri di terre assolate e desolate per raggiungere un altro rave party al confine con la Mauritania. E qui mi fermo, perché qualunque altro indizio sul prosieguo della storia sarebbe un brutto gesto da parte mia.

Sì, perché è giusto che anche voi saliate sui furgoni del film e affrontiate il road trip raccontato da Óliver Laxe nel suo Sirat, anche se, ben presto, la trama comincia a perdere di importanza. Questo perché il regista, “strada facendo”, abbandona una narrazione lineare, lasciando ampio spazio alla sensorialità e all’immersione emotiva. E lo fa attraverso una fotografia magnifica – in questo aiutato dagli strepitosi paesaggi desertici – ma soprattutto utilizzando alla grande il suono, con le composizioni techno di Kangding Ray che si fondono con la natura e il silenzio dei luoghi, generando un coinvolgimento totale.

Nel film, infatti, il suono non accompagna semplicemente l’immagine ma diventa un vero e proprio elemento narrativo (da qui la meritatissima nomination agli Oscar per il miglior sonoro), capace di comunicare molto più dei dialoghi. Le scelte di regia contribuiscono ulteriormente al viaggio, non solo fisico, dei personaggi (e di conseguenza di chi guarda), grazie a inquadrature che alternano la vastità degli spazi disabitati a dettagli claustrofobici, regalando ora un senso di isolamento, ora di impotenza, ora di sopraffazione e rendendo il film un’esperienza visiva ed emotiva unica. E le emozioni di Sirat sono di quelle che lasciano il segno in profondità, perché sono emozioni legate ad ansia, angoscia, perdita, sofferenza, solitudine, emarginazione…

La visione del film di Laxe non è una passeggiata in un giardino fresco e fiorito ma un’arrampicata lungo pendii arsi e rocciosi come quelli di un deserto. Ma è un’arrampicata che merita di essere fatta. E che si conclude stremati ma contenti di averla fatta. 

 

Voto: 8