Zero – Serie TV (2021)

di Roberto “Menotti” Marchionni

con Giuseppe Dave Seke, Haroun Fall, Beatrice Grannò, Daniela Scattolin

Il politicamente corretto sta rovinando il mondo. In particolare quello del cinema. E un prodotto come Zero, la nuova serie italiana disponibile su Netflix, ne è la dimostrazione più evidente. Il punto di partenza è quello di protagonisti che, solo fino a qualche anno fa, sarebbe stato difficile vedere, ovvero i figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia e dunque italiani a tutti gli effetti.

Ebbene, uno di questi – Omar (Giuseppe Dave Seke) – si mantiene consegnando le pizze, perciò fa parte di quella parte di popolazione che è invisibile, che ci passa accanto e che consideriamo solo nel momento in cui ci mette in mano il cartone della pizza. Omar ha il sogno di trasferirsi all’estero per intraprendere la carriera di fumettista e, cosa ben più importante, è dotato del potere dell’invisibilità, quella “vera” (se così si può definire) e non quella figurata. Questa scelta traghetta immediatamente la serie nel campo del fantasy e dei fumetti.

Il problema di Zero non è certo questo, bensì la decisione di proporci personaggi e ambientazioni che in alcun modo trasmettono le difficoltà e il degrado con cui questi individui e le loro famiglie sono spesso costretti a confrontarsi. Il terribile quartiere in cui si muovono Omar e i suoi amici – denominato “barrio” forse per incutere maggior timore – in realtà di timore non ne incute affatto, lindo, ordinato e con i graffiti perfetti sui muri. Le vite dei protagonisti non appaiono poi tanto disagiate, perché vivono in belle case, si vestono alla moda e le varie disavventure che gli capitano appaiono tutt’altro che drammatiche (o comunque la serie non è in grado di trasmettercele come tali).

Credibilità sotto zero, a cui contribuiscono una messa in scena da sceneggiato televisivo e una recitazione davvero modesta da parte di tutti gli attori principali. Il fatto che il punto di riferimento sia il mondo dei fumetti non significa che si debbano chiudere entrambi gli occhi sulla veridicità delle ambientazioni e costringere gli spettatori a mandare giù una sceneggiatura che esprime il suo (basso) livello già con la dinamica dell’incontro iniziale tra Omar e Anna.

Personalmente ritengo che si sarebbe fatta maggiore giustizia a quella parte di popolazione fatta di “zero” e “invisibili” proponendo un prodotto non così pop e piacione. Ma probabilmente si è preferito restare al sicuro dietro la trincea del politcally correct e strizzare l’occhio alle nuove generazioni. Io, che sono di tutt’altra generazione, dopo la terza puntata l’ho abbandonata senza rimpianto alcuno.

 

 Voto: 4