Che Dio ci perdoni (2016)

di Rodrigo Sorogoyen

con Antonio de la Torre, Roberto Alamo, Javier Pereira, Raul Prieto

Due agenti danno la caccia a un serial killer. Non proprio il massimo dell’originalità. Per fortuna Che Dio ci perdoni, film spagnolo di Rodrigo Sorogoyen, riesce nel non facile compito di inserire una serie di elementi che lo tengono ben lontano dallo stereotipo dei thriller o dei polizieschi fatti con lo stampino. E ci riesce cominciando proprio dai due detective, quanto di più lontano dai modelli imposti da Hollywood: Velarde (il bravissimo Antonio de la Torre) è autistico, solitario, balbuziente e decisamente problematico ma capace di intuizioni che nessun altro ha, mentre Alfaro (Roberto Alamo) è un violento, sempre pronto a menare le mani e, per questo, inviso a tutto il corpo di polizia di Madrid. I due, in coppia, però funzionano e questo li mette sulle tracce di un serial killer che violenta e uccide solo donne anziane.

I passi avanti nella ricerca del colpevole – che viviamo insieme ai due detective, perché per tre quarti del film anche noi siamo all’oscuro dell’identità del killer – si fondono con le vicende personali e con le debolezze di due personaggi davvero incasinati e che, a un certo punto, sembrano brancolare nel buio, tanto nell’indagine quanto nella vita.

Il ritmo e la tensione si mantengono sempre alti, intervallati da siparietti che calcano la mano sull’inettitudine della polizia spagnola (strizzando l’occhio al bellissimo Memorie di un assassino) e i colpi di scena non mancano, per fortuna senza mai scivolare nell’esagerazione o nella perdita di credibilità. Probabilmente solo il finale – di cui non dirò nulla – appare meno convincente ed eccessivamente consolatorio ma non va intaccare la qualità di un film poco conosciuto ma meritevole di attenzione e, quindi, di una visione.

 

Voto: 7