I predatori (2020)

di Pietro Castelllitto

con Massimo Popolizio, Pietro Castellitto, Anita Caprioli, Vinicio Marchioni

Il confronto è quello tra due classi sociali che all’apparenza non potrebbero essere più diverse. Da una parte i burini, fascistoidi, con la loro armeria, i loro picnic conditi dal tiro a segno in cui a sparare – con un fucile di precisione! – è il figlio dodicenne, i loro traffici loschi ma non troppo… Dall’altra gli aristocratici con i loro appartamenti con tanto di domestici filippini, le ville in Toscana, i lavori come primari di chirurgia o registi e rapporti interpersonali improntati sulle falsità e l’astio che cova – nemmeno troppo – sotto la cenere.

È questo lo scenario in cui si muovono i tanti personaggi del film di Pietro Castellitto, che ritaglia per sé il ruolo del figlio di papà, anarchico coi soldi, che si può permettere di odiare tutti, di fare saltare in aria la tomba di Nietzsche, di insultare parenti e professori tanto alla fine l’avvocato e i quattrini di papà e mammà sistemano tutto.

Non c’è una vera trama a fare da filo conduttore, certo ci sono alcune situazioni che fa entrare in contatto i burini con gli aristocratici ma l’impressione è che il regista non sia interessato tanto a raccontare una storia, quanto piuttosto a mettere in scena grotteschi frammenti di vita, senza velleità di realismo ma solo con il desiderio di mostrare i vari stadi di bassezza dell’essere umano. La ricerca dell’estremo, della critica a tutto e tutti, però, risulta forzata, così come è forzato il rap che la nipote dedica alla nonna durante la cena del suo compleanno, tentativo – fallito – di mostrare il disagio delle nuove generazioni nei confronti di quelle precedenti, concentrate solo su se stesse.

C’è tanta carne al fuoco ne I predatori e c’è anche tutto il desiderio di Castellitto di mostrarci quanto ambisca a essere considerato bravo, tra inquadrature ardite, lunghi dialoghi con camera fissa e niente stacchi alternate al montaggio di scene scollegate tra loro, anche con piani temporali differenti. Il risultato è un calderone di sequenze, alcune anche riuscite, altre molto meno, a cui manca l’anima e, arrivati ai titoli di coda, il sentimento che prevale in chi guarda è quello di delusione.

Voto: 5