Mank (2020)

di David Fincher

con Gary Oldman, Amanda Seyfried, Arliss Howard, Charles Dance, Tom Burke

Herman J. Mankiewicz – per gli amici Mank – è stato uno sceneggiatore attivo negli anni ’30 e ’40, il cui ricordo è indissolubilmente legato alla scrittura della sceneggiatura di quello che è da più parti considerato come il più grande film della storia del cinema: Quarto potere. Questo personaggio, dedito all’alcolismo e al gioco d’azzardo, in odore di comunismo e con una graffiante vis polemica, per tutti questi motivi, non ha avuto la carriera e il merito che il suo talento creativo avrebbero meritato, al punto che oggigiorno è meno noto del fratello minore Joseph (regista di quel capolavoro assoluto che è Eva contro Eva nonché di molti altri film come Un americano tranquillo o Cleopatra).

Il perché di questo preambolo è l’uscita di Mank, il nuovo film di David Fincher – uno dei registi che apprezzo maggiormente – disponibile su Netflix e che racconta proprio la vita dello sceneggiatore, con particolare focus sul periodo – due mesi – in cui, bloccato a letto per una gamba rotta e con il fiato di Orson Welles sul collo, ha scritto la sceneggiatura di Quarto potere.

Al racconto di questo periodo si aggiungono, attraverso numerosi flashback, non tutti interessanti, una serie di episodi che ci aiutano a capire che personaggio fosse Mankiewicz e che tipo di burrascosi rapporti avesse con lo star system cinematografico. Da questi tuffi nel passato emergono fortemente due elementi chiave del film: la riproduzione della Hollywood degli anni ’30 e le frequentazioni di Mank con persone che sono diventate fonte d’ispirazione proprio per i protagonisti della sua sceneggiatura, a cominciare dall’aristocratico in fase decadente William Randolph Hearst (interpretato da Charles Dance), di cui è impossibile non notare la “parentela” con Charles Foster Kane.

Il film di Fincher però non si limita a essere un biopic ma ci mostra l’amore che il regista ha per il cinema e lo fa attraverso scelte ben precise – magari anche impopolari – come per esempio quella di girare in bianco e nero e proporre un’immagine a tratti volutamente sgranata o con imperfezioni e bruciature, la più evidente citazione a un’epoca che non esiste più. Ma gli “omaggi” al passato e a Quarto potere non finiscono certo qui e lo spettatore attento noterà inquadrature ed elementi di scena che ricordano il capolavoro di Welles.

In generale Mank chiede molto a chi lo guarda. Perché le strizzatine d’occhio cinefile sono parecchie ma soprattutto perché i dialoghi non sono immediati. I personaggi, infatti, parlano tanto e quello che dicono non è sempre intuitivo, perché si fatica a capire alcuni riferimenti, a inquadrare certe persone, a collegare volti e nomi. E questo aspetto, come l’eccesso di flashback e la durata ben oltre le due ore, rendono la visione non sempre fluida ed esente da cali di ritmo.

Meritano indubbiamente una menzione l’interpretazione di Gary Oldman, che non fatichiamo a vedere tra i candidati all’Oscar, e quella di Tom Burke che, nonostante i pochi minuti sullo schermo, incarna in modo convincente Orson Welles. Mank non è un film “facile” e il contenuto non è esente da critiche ma la sua confezione è di primissimo ordine e, se amate il cinema di una volta e le produzioni di alto livello, è una visione da non perdere.  

 

Voto: 7