Nove perfetti sconosciuti (2021)

di David E. Kelly e John-Henry Butterworth

Tranquillum è una spa deluxe in cui finiscono una serie di personaggi molto diversi da loro (anche se un po’ stereotipati). C’è la scrittrice in piena crisi di mezza età, la coppia di giovani, belli e ricchi che sembrano inconsistenti come un selfie su Instagram, il giornalista gay a caccia di scoop e la famigliola che cerca di non andare in pezzi dopo il suicidio del figlio. Giusto per citarne alcuni. Sono loro che si ritrovano in questo centro benessere dai metodi discutibili, in cerca di relax ma, anche se ancora non lo sanno, soprattutto di una pace interiore, della capacità di perdonarsi e di trovare le energie per andare avanti.

La persona deputata ad aiutarli è Masha, sorta di santone in gonnella che ha le eteree e plasticose fattezze di Nicole Kidman, per il cui ruolo, il volto divenuto poco espressivo diventa un valore aggiunto. Sarà lei, attingendo a piene mani da pratiche olistiche, colloqui individuali, privazione di ogni possibile contatto con il mondo esterno (niente smartphone e computer) e a una discreta dose di smoothie allungati con allucinogeni, a permettere ai nine perfect strangers del titolo di trovare la loro strada.

La serie, composta da otto episodi, è caratterizzata da una messa in scena curata e da un cast di alto livello, in cui oltre alla Kidman (vista di recente anche nel mediocre The Undoing: le verità non dette), spiccano Michael Shannon – perfetto nel rendere il personaggio di un logorroico, puntiglioso e fragile padre che ha perso il proprio figlio – Luke Evans, Melissa McCarthy e Bobby Cannavale.

Le dinamiche del gruppo chiuso e l’alone di mistero che permea la struttura e la sua proprietaria, rendono immediatamente intrigante la visione e spingono a proseguire episodio dopo episodio. Certo, come già accennato, i vari personaggi sono un po’ troppo schematizzati e semplici da inquadrare ma manifestano anche debolezze che facilitano l’empatia da parte dello spettatore.

Come purtroppo spesso avviene, le aspettative generate dai primi episodi non trovano risposte e soddisfazione adeguate in quelli finali, un po’ per l’eccessiva deriva allucinogena che coinvolge i protagonisti, un po’ per l’atavico desiderio di happy ending che penalizza pesantemente molte delle produzioni americane degli ultimi decenni e che è ben evidenziato da questo Nine perfect strangers. Così, quando scorrono i titoli di coda e i “tutti vissero felici e contenti”, in bocca resta solamente quella sensazione di occasione sprecata…

Voto: 5.5